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Storia di Misilmeri

Misilmeri viene fondata nel 1540 dal barone don Francesco D. Francesco del Bosco. Prima di questa data esiste un’altra Misilmeri di cui sappiamo pochissimo, che ci è testimoniata dal censimento del 999 riportato dall’Airoldi.
Gli arabi provenienti da Susa (Tunisia) sbarcarono nel 827 a Mazara del Vallo e occuparono nel giro di pochi anni tutta la Sicilia. La fede islamica identificava la guerra di occupazione con la guerra santa e quanti non si convertivano all’islam erano resi schiavi. La sorte peggiore toccava a monaci e chierici che non potendo rinnegare la propria fede erano costretti a fuggire e abbandonare conventi e chiese. Tale fu la sorte che toccò ai Padri Basiliani già presenti nel convento di Gibilrossa (località sopra Misilmeri), costretti a fuggire e a nascondere in un sotterraneo la sacra immagine in pittura su tavola della Madonna Assunta.
Fu uno degli Emiri che governarono la Sicilia da quel 827, forse Giafar II, che si innamorò, o più probabilmente ritenne il luogo particolarmente strategico, della rocca che sovrasta Misilmeri e vi costruì una Torre o Castello che ancora oggi è detto castello dell’Emiro.
Sfruttando la mano d’opera dei cristiani ridotti in schiavitù realizzò il suo sogno. Alle falde del castello fece poi costruire delle casupole di pietre rossastre e lastre di pietra (in arabo balatah e balate in dialetto). La popolazione crebbe a dismisura nel periodo arabo, segno di una propensione degli arabi alla convivenza ed alla integrazione con l’elemento indigeno. Nel 999 a Misilmeri vive una popolazione di 8.312 persone di cui 4465 sono cristiani e 3856 musulmani. Ciò testimonia anche una certa tolleranza degli arabi, confermata dalla presenza a Palermo della chiesa di S. Ciriaca. Agli Arabi o Saraceni si deve un incremento dell’agricoltura, frutto della introduzione della noria, che permetteva di attingere l’acqua dal sottosuolo. Fu così sensibilmente estesa la superficie irrigua e la coltura intensiva. A Misilmeri gli arabi introdussero una larga piantagione di uliveti.

Con l’avvento di Papa Alessandro II fu incoraggiata e promossa  una vera e propria crociata che portò alla cacciata dei musulmani dalla Sicilia. L’epilogo dell’impresa si ebbe nel 1068, lungo la pianura di Misilmeri, come scrive il Malaterra, nello scontro tra Musulmani che venivano da Palermo e Normanni che venivano da Messina, guidati dai condottieri Roberto detto il Guiscardo e Ruggero I suo fratello. Il castello cadrà in mani normanne che chiamano il paese sottostante Michelmir, malamente traducendo l’arabo Menzel el emyr.
Nel 1123 i Normanni costruiscono la prima chiesa parrocchiale a Misilmeri dedicata a S. Apollonia. Altra chiesa costruiscono nel 1134, dedicata alla SS. Annunziata (oggi Collegio di Maria) di cui rimane ancora l’antica porta sul corso 4 Aprile, con la scritta ‘AVE MARIA GRA. PLENA’. La dominazione normanna dura in Sicilia poco più di un secolo e dal 1189, ossia da quando l’ultima normanna, Costanza, va in sposa all’imperatore Enrico VI di Germania, inizia la decadenza della Sicilia che passa di mano prima agli Svevi, poi agli Angioini francesi per  finire in mano spagnola.
Come detto, i normanni costruirono diverse chiese, la più antica quella di S. Apollonia citata in una bolla di Papa Callisto II dove si fa menzione delle parrocchie esistenti nell’Archidiochesi di Palermo. Ciò testimonia l’importanza di Misilmeri quale centro di considerevoli dimensioni e dunque degno di essere sede di una parrocchia.
La parrocchia continuò a funzionare fino al 1553, quando si inaugurava la nuova Parrocchia di S. Giovanni Battista, oggi Madrice di Misilmeri.

I Normanni introdussero in Sicilia il sistema feudale ed in particolare il primo re Normanno, Ruggero II, oltre a dotare le chiese, le cattedrali, i conventi di terre, assegnò  ai suoi più intimi collaboratori dei Feudi nominandoli Conti, Baroni, Marchesi, Duca.
I feudatari cominciarono ad esercitare, in nome del Re, anche la giustizia sui propri sudditi, col privilegio detto del ‘mero e mixto impero’.  I signori potevano processare, arrestare, condannare i rei. Avevano guardie proprie, propri tribunali. A Misilmeri, l’attuale piazza Fontana Nuova fu luogo di esecuzioni capitali tanto da meritare il nome di Piano delle Forca.
Dopo la concessione fatta dai re normanni alla cattedrale di Palermo, il feudo di Misilmeri passa a tale Stefano Di Perucio. Il primo signore di Misilmeri è tale D. Giovanni Caltagirone, barone di S. Stefano.
Dal 1365 data la signoria dei Chiaromonte a Misilmeri. Manfredi Chiaromonte possedeva in Sicilia 33 feudi tra cui Misilmeri. Il castello di Misilmeri fu la sua roccaforte allorché organizzò un grosso esercito per rivaleggiare ad armi pari con i grandi feudatari siciliani. Alla sua morte gli succede il figlio Andrea che dopo alterne vicende, tutte contraddistinte dalla ambiguità del personaggio, fu processato e giudicato reo dalla Gran Corte. La pena di morte inflittagli fu eseguita mediante decapitazione davanti al suo palazzo, detto dello Steri. Tutti i suoi beni furono confiscati ed anche il feudo di Misilmeri andò a Guglielmo Raimondo Moncada, conte di Augusta. Con Andrea si estingue una delle più potenti famiglie feudali della Sicilia; la sua colpa fu quella di aspirare al trono della Sicilia. A ricordo dei Chiaromonte resta un capitello in marmo, oggi presso il Comune di Misilmeri, ove è scolpito in basso rilievo lo stemma della famiglia.

Nel 1486 per atto in Notaro Domenico de Leo in Palermo, al prezzo di 11.000 fiorini, la baronia di Misilmeri viene venduta a Guglielmo Ajutamicristo, ricco mercante pisano trasferitosi a Palermo. E’ merito del barone Ajutamicristo se il castello viene salvato da una fine rovinosa cui lo destinava lo stato di abbandono. Furono realizzati importanti lavori di ampliamento e restauro  affidati ad uno dei più rinomati architetti dell’epoca, Matteo Carnillivari. Don Guglielmo muore nel 1501 e gli succede il figlio Raineri. La cattiva amministrazione e una irrefrenabile amore per il lusso portarono a poco a poco al fallimento la famiglia. Per i troppi debiti contratti il 9 ottobre  1539  vendono la baronia di Misilmeri a D. Francesco del Bosco per 60.000 fiorini.
Come prima accennato, la Misilmeri attuale nasce sotto i del Bosco. Don Francesco chiese ed ottenne dal viceré Gonzaga lo jus popolandi ossia l’autorizzazione a farvi sorgere un paese. In quel periodo Misilmeri era uno squallido Borgo con appena 40 fuochi (famiglie). D. Francesco fece bandizzare nei paesi vicini l’avviso di venire la gente ad abitare a Misilmeri. Il barone avrebbe dato a tutti una casa ed un appezzamento di terreno in enfiteusi, ossia dietro pagamento di un modesto censo annuo. In pochissimi anni Misilmeri si ripopolò. Nel primo censimento fatto dal governo spagnolo nel 1593 a Misilmeri le famiglie erano 146 con 562 abitanti. Lungo l’antica via consolare (attuale corso 4 Aprile e corso Vittorio Emanuele II) diventò un continuo cantiere edile. Sorse la piazza Comitato (allora denominata Plaza Major), di forma quadrata. Don Francesco muore nel 1552. Gli succede il primogenito Vincenzo che continua l’opera intrapresa dal padre. Egli costruisce la nuova parrocchia di S. Giovanni Battista, la madrice, nel 1553. Nel 1575 apre una nuova Strada Grande d’accesso al castello (oggi via La Masa). Costruisce la chiesa di S. Vincenzo Ferreri, di S. Francesco e dell’Oratorio. Misilmeri perde la connotazione di casale e diventa Università, ossia comune autonomo, con tutti i servizi essenziali: un capitano di giustizia, un giudice civile e criminale con proprio tribunale e proprie carceri nei sotterranei del castello, un amministratore (Segreto) che riscuote le tasse ed i censi enfiteutici. Al castello c’è un castellano ed un vice castellano. I figli del barone sono educati da un cappellano che svolge tale funzione oltre a officiare presso la cappella privata di S. Antonio.
Vincenzo del Bosco morì nel 1583 e la sua salma fu tumulata nella chiesa della SS. Annunziata di Misilmeri. Gli successe il figlio don Francesco II del Bosco che fu nominato duca dall’allora re di Spagna Filippo III. Egli donò nel 1594 la chiesa di Gibilrossa ai Padri Francescani Osservanti. Fu pretore di Palermo e deputato del Regno di Sicilia.
La famiglia del Bosco governa Misilmeri fino al 1721, anno in cui muore, senza avere avuto figli,  don Francesco III del Bosco. Il titolo passa a un figlio della sorella, don Francesco Bonanno del Bosco. I del Bosco hanno lasciato importanti tracce della loro permanenza a Misilmeri; la più meritevole di menzione è la creazione di un ortobotanico con annesso giardino zoologico tra i primi in europa.
Con i Bonanno il ducato di Misilmeri assume un estensione ragguardevole fino a toccare Villabate, Ficarazzi, montagna di Cane o Traversa, e la tonnara di S. Nicola l’Arena. Sotto i Bonanno a Misilmeri sorse la Fontana Grande, monumentale fontana che esorna una delle due principali piazze. Inoltre con i Bonanno (principi di cattolica) fioriscono numerose attività economiche (una conceria, una polveriera, una saponeria, una torciera, uno zuccherificio, una nevaria, pirrere di pietre di intaglio per fare solo alcuni esempi) a testimonianza di un benessere economico molto diffuso. Nel 1737 d. Francesco costruì a Bagheria il Palazzo Cattolica (dalle 365 aperture quanti sono i giorni dell’anno) per trascorrervi la villeggiatura.
I Bonanno governano Misilmeri fino al 1812 anno in cui il parlamento siciliano votò la legge sull’abolizione del baronaggio. Nel 1772 Giuseppe Bonanno Filangeri fece costruire, a proprie spese, la monumentale  Fontana Nuova. I suoi discendenti, abbandonata Palermo per la più mondana Napoli, si disinteressarono vieppiù dei possedimenti in Sicilia delegandone ad altri il governo. La mondanità di Napoli e la vita dispendiosa che ivi conducevano costrinsero la famiglia dei principi di Cattolica a dichiarare fallimento per i numerosi debiti contratti. L’ultimo rampollo della famiglia Bonanno, Giuseppe Bonanno Branciforti, intraprese la carriera militare fino a raggiungere il grado di generale dell’esercito borbonico. Non particolarmente dotato dal punto di vista intellettuale, si distinse per lo spirito antidemocratico allorché nella rivoluzione scoppiata a palermo nel 1820, quale ufficiale borbonico si schierò contro il popolo. Fu ucciso il 18 luglio 1820 a Bagheria.

I monumenti

Seguendo il moderno sviluppo che assumeva il piano edilizio, non più arroccato attorno al castello, ma più in basso, in terreno pianeggiante, sorse lungo la via consolare la chiesa madre di Misilmeri. Oggi essa è collocata al centro del paese tra i due corsi principali. Il nuovo barone di Misilmeri, d. Vincenzo del Bosco, nel costruirla si prefisse di realizzare una struttura architettonica grandiosa anche pensando al futuro sviluppo del paese. I lavori di costruzione durarono parecchi anni, con stanziamenti annuali pari a 90 onze, ricavati dalla gabella delle carni che si macellavano a Misilmeri. Nello stesso anno (1553) l’arcivescovo di Palermo, card. Pietro Tagliavia, nomina il primo Arciprete parroco della madrice, d. Pietro Potenza, su proposta del barone di Misilmeri che si riservò il diritto di Patronato, dotandola delle terre dette da ora in poi Comune della Chiesa. Dal momento della sua costruzione gravita attorno alla madrice la storia di Misilmeri. Il suo archivio parrocchiale ha una inestimabile importanza perché conserva tutti i registri di battesimi, matrimoni e morti dal 1625 ai nostri giorni.
Dal punto di vista architettonico è una chiesa ad unica navata con volta reale altissima. Ha un coro fino a poco tempo fa semichiuso da una artistica balaustra in stile barocco realizzata nel 1781. L’altare maggiore è costituito di marmi policromi e ai suoi lati è realizzato un coro ligneo di pregevole fattura con n. 33 posti a sedere. La chiesa ha inoltre 6 cappelle laterali molto profonde e con volte reali ed altre due cappellette intermedie tra la prima e la seconda cappella per ogni lato. Nel 1767 il principe di cattolica d. Giuseppe Bonanno Filangeri, in preparazione del primo centenario della proclamazione del patrono S. Giusto, diede incarico al più grande stucchiatore in gesso della scuola serpottiana, Giuseppe Firriolo, di abbellire gli stucchi. I lavori durarono un anno. Il risultato fu di grande impatto estetico. Il tetto e le pareti della madrice furono riempiti di stucchi di pregiatissimo valore. Vi sono n. 68 Angioletti o puttini e solo nell’altare maggiore se ne contano 48. Nell’abside, due angeli seduti sul frontespizio del cornicione accompagnano la gloria del Padre Eterno. Vi sono inoltre n. 6 statue ad altezza naturale, due delle quali ai lati dell’altare maggiore, S. Pietro e S. Paolo, e quattro lungo la navata a rappresentare gli evangelisti. Nel coro presso l’altare maggiore due preziosissimi stucchi rappresentano scene dell’antico testamento, il sacrificio di Isacco e del profeta Elia dormiente. Due graziosi balconcini di ferro battuto in stile barocco adornano le pareti del coro. Tutta la volta è decorata con finissimi stucchi dorati intrecciati a ghirlande di fiori, scudi, volute, con iscrizioni latine, greche ed ebraiche. Bellissimo è sulla facciata principale il grande rosone di vetri multicolori.
Sull’altare maggiore troneggia una tela di ragguardevoli dimensioni raffigurante l’immacolata, opera del grande pittore Vito D’Anna (1768). Di Vito D’Anna sono le 14 stazioni della via crucis lungo le pareti della chiesa, dipinte su ardesia (lavagna) nel 1767.
Entrando a destra, nella prima cappella, vi è una bellissima statua in legno dell’Immacolata, realizzata dallo scultore palermitano Pietro Marabutti. Nella cappella del S. Cuore è custodito un prezioso crocifisso del 1600. Nella cappella sulla sinistra della navata troviamo una statua in legno di S. Giuseppe della scuola del Bagnasco (1704). Nella cappella dedicata a S. Giusto, patrono di Misilmeri, sono raccolte in una artistica urna argentea le reliquie del Santo. La teca fu realizzata nel 1784 dall’argentiere palermitano d. Ignazio Richichi su disegno del pittore Pietro Novelli.
La facciata della madrice è imponente e vi si accede salendo n. 16 gradini di pietra di billiemi con due pianerottoli. Ha inoltre due altissimi campanili con altrettanti orologi. La facciata fu ricostruita nel 1882-83 a spese del Municipio di Misilmeri sotto il sindaco Pietro Scozzari, con un costo di L. 60.000. Il Governo vi contribuì con L. 1.000.
La particolarità della facciata sta nell’avere collocato enormi massi squadrati di pietra d’aspra, un conglomerato conchiglifereo di colore giallo, senza malta intermedia, alla stessa stregua del teatro Massimo di Palermo e di numerosi templi greci. Con il tempo e l’azione degli agenti atmosferici la facciata formerà un unico blocco indistruttibile. Gli architetti che la progettarono furono gli ingegneri misilmeresi Pietro Landolina e Giuseppe Raccuglia. Nel campanile sinistro sono realizzate le campane. La grande campana di bronzo argento e oro, fu fusa a Misilmeri nel 1777 dal fonditore palermitano Onofrio Di Marco. Misura 1,20 m. di diametro e pesa 1.408 chili. Sotto il pontificato di Pio XI, a partire dal 1939, a Misilmeri furono costruite le case canoniche della madrice, della chiesa di S. Francesco e di S. Gaetano.

Altra chiesa in Piazza Comitato è la chiesa di S. Antonio da Padova (1704), detta anche delle Anime Sante.  La sua costruzione fu realizzata a spese di d. Filippo Catania, originario di Castronovo di Sicilia e dimorante a Misilmeri. Al suo interno un bassorilievo in marmo della scuola del Serpotta.
Una delle chiese più antiche di Misilmeri, tutt’ora aperta al culto, è quella di S. Vincenzo Ferreri, costruita alle falde del castello dal barone Vincenzo del Bosco nel 1576.
La chiesa di S. Francesco fu fondata sempre da Vincenzo del Bosco nel 1576 e affidata ai padri francescani che sin dal 1260 tenevano in quel luogo un cenacolo. Per la sua grandezza è seconda solo alla chiesa madre. Nella chiesa sono presenti statue e quadri di un certo valore artistico. La statua di S. Francesco in legno, il quadro su tela della Madonna delle Lettere, una tela raffigurante la Madonna della Mercede, una pittura del ‘700 raffigurante la buona e cattiva morte, una via crucis su ardesia della scuola di Vito D’Anna. Vi sono inoltre numerose statue lignee: la madonna di Fatima, S. Cosma e Damiano, la madonna di Nuova Luce (antichissima) caratteristica perché seduta su un seggiolone allatta Gesù Bambino.
La Chiesa è ad unica navata con l’altare maggiore dedicato a S. Francesco d’Assisi e 4 cappelle laterali.
Altra chiesa è quella dedicata a S. Rosalia la prima dedicata alla santa eremita palermitana (probabilmente patrona di Misilmeri dal 1625 al 1671). A Misilmeri volgarmente è chiamata Chiesa di S. Paolino, per la congregazione dei Giardinieri e per l’artistica statua lignea del vescovo di Nola sull’altare maggiore. La statua è del 1736. All’interno  si trovano alcuni quadri di pregio del 1700 come il Sacro Cuore ed un S. Nicola di Bari di autori ignoti. Belli anche alcuni quadri di Pasquale Sarullo in particolare il S. Francesco, il S. Luigi IX re di Francia e di S. Elisabetta d’Ungheria. A Filippo Falzone (1880) è invece attribuito il S. Giusto Martire raffigurato appena tredicenne vestito da milite romano. Altrettanto meritevole di citazione è l’olio su tela del 1700 raffigurante la Madonna dei Peccatori.
L’altare maggiore e la balaustra del coro sono realizzati con marmi policromi.
La Chiesa più antica di Misilmeri è senza dubbio la chiesa della SS. Annunziata detta volgarmente la chiesa del collegio di Maria.
La prima notizia storica risale al periodo Normanno 1134. I primi religiosi a  curare il culto sono stati i padri basiliani. Oggi la chiesa è affidata alle suore domenicane che abitano l’annesso convento. La parte più antica della chiesa è la porta laterale, murata nel 1908, che si affaccia sul corso 4 Aprile. La chiesa è ad unica navata. Nel primo altare entrando a sinistra, una pittura su lavagna raffigurante la Madonna degli angeli è stata attribuita a Tommaso De Vigilia, vissuto nel XV secolo ed autore di pitture nella chiesa dei Cavalieri Teutonici presso Risalaimi. Nella chiesa inoltre è custodito l’unico sarcofago esistente a Misilmeri. Di pietra grigia, ben sagomato, reca lo stemma della famiglia Del Bosco Torongi, genitori della bambina morta a 4 anni ed ivi composta. Nel bassorilievo che adorna il sarcofago (1600) si intravedono delle case ad immagine, probabilmente, delle case di Misilmeri. Il sarcofago è inoltre intarsiato di marmi policromi e l’armonia delle sue forme ne fa un oggetto veramente pregiato.
Anche l’altare maggiore risale al XVI-XVII secolo, di legno sagomato ed ampie volute laterali con cornici dorate in stile barocco. La chiesa della SS. Annunziata era considerata la chiesa dei Baroni e dei Duchi di Misilmeri. Anche l’annesso collegio reca opere di un certo pregio artistico. Un quadro del pittore Sarullo raffigurante la Sacra Famiglia, un grande crocifisso in legno, un Cristo flagellato pure in legno. Nel refettorio del collegio c’è un un antichissimo olio su tela di rilevanti dimensioni (1600) raffigurante un crocifisso con ai piedi la Madonna implorante mentre una processione penitenziale si snoda lungo le vie di un abitato verosimilmente quello di Misilmeri. Probabilmente si tratta del più antico panorama di Misilmeri raffigurato su una pittura ad olio.

Tra le opere architettoniche da visitare un certo interesse riveste il santuario di S. Maria di Gibilrossa, a 4 Km da Misilmeri. La località fu prescelta nel  VI secolo dai padri Basiliani come soggiorno di ritiro e preghiera. Costruirono accanto al convento una piccola chiesetta dedicata alla Madonna Assunta. A seguito dell’occupazione araba i padri basiliani costretti a fuggire, nascosero una antica icona bizantina, dipinta su tavola e raffigurante la Madonna, in un sotterraneo della chiesa. L’avvento dei normanni e la cacciata degli arabi restituirono la chiesa al suo antico culto dopo che miracolosamente l’antica icona fu ritrovata. Il quadro del pittore Gian Paolo Veronese che sostituì nel 1549 la vecchia icona è oggi custodito presso la galleria di Palazzo Abatellis a Palermo. Nel 1860 il convento fu sede del quartier generale di Garibaldi che da quel luogo, il 27 maggio 1860, intraprese la marcia trionfale verso Palermo. 

Altra località importante di Misilmeri, distante circa 5 km dal centro abitato, è Risalaimi. Il nome di origine araba Ras el ain vuol dire testa della sorgente. Ivi infatti sgorga una sorgente che dà acqua potabile a Misilmeri e a Palermo. Nel 1193 l’imperatore Svevo Enrico VI lo donò ai cavalieri Teutonici che vi costruirono un mulino di grano ed una chiesa affrescata da Tommaso De Viglia. Tali affreschi si trovano oggi a Palazzo Abatellis. Sempre a Risalaimi è possibile ammirare un ponte nello stesso stile del ponte Ammiraglio, fatto in pietra d’Aspra squadrata ed artisticamente modellato. La sua costruzione fu iniziata nel 1581 e terminata nel 1582.
Misilmeri è un paese ricco di fontane per l’abbondanza delle sue acque.
Dal 1772 nel piano delle Forche (oggi piazza Guastella) sorge una bella fontana monumentale per il volere del principe di cattolica  e duca di Misilmeri don Giuseppe Bonanno, come è possibile leggere nella lapide. Detta fontana è in stile barocco rinascimentale, con una vasca in pietra di billiemi sul prospetto anteriore per abbeverare gli animali, ed una più piccola sul prospetto posteriore per dissetare gli uomini. E’ stata recentemente restaurata e restituita al suo antico splendore.

Altra bella fontana è  quella che sorge in piazza comitato.
Essa è stata costruita in un luogo dove preesisteva un’altra fontana almeno dal 1500. L’attuale Fontana Grande fu restaurata ed abbellita nel 1879 dallo scultore palermitano Benedetto Civiletti, sotto i sindaci Vincenzo Sparti e Pietro Scozzari.
Lo stile della fontana è neoclassico con timpano greco che sovrasta il bene monumentale e due nicchie laterali che ospitano 2 naiadi o ninfe su due delfini dalle cui bocche sgorga l’acqua. Le statue sono estremamente plastiche e di particolare effetto visivo. La parte centrale della fontana è occupata da una vasca in pietra di billiemi ove confluiscono le perenni acque che sgorgano da 13 bocche leonine in marmo, collocate frontalmente e lateralmente al monumento. La fontana grande costò alle casse comunali dell’epoca L. 15.458, 27.

Sempre in piazza comitato nel 1921 fu costruito il monumento ai caduti per iniziativa dei fratelli Guastella, Vincenzo e Filippo. Sotto la direzione dell’ing. Raccuglia fu realizzato dallo scultore palermitano Antonio Ugo. E’ realizzato in marmo di carrara su una pedana di pietra di billiemi ben sagomata. Sul fronte principale del monumento una piccola ara in stile romano reca l’epigrafe inneggiante ai caduti nella prima guerra mondiale. Al centro del monumento si s’innalza un’alta stele rettangolare in marmo alla cui sommità un grande angelo simboleggiante la Vittoria alata in movimento plastico stende la mano destra. Il monumento fu inaugurato alla presenza di Vittorio Emanuele Orlando già presidente del consiglio dei ministri.

Fuori dal centro abitato di Misilmeri, in località Gibilrossa, sorge una piramide di stile egiziano, in pietra di billiemi con sviluppo verticale a diversi ordini di gradini. Essa commemora il luogo ove Garibaldi si accampò con i picciotti prima di iniziare la marcia trionfale verso la città di Palermo. L’architetto che curò la realizzazione dell’obelisco fu Gianbattista Basile, l’architetto del teatro Massimo di Palermo. Il monumento come già abbiamo detto è una grande piramide triangolare formata da n. 7 gradini di varia altezza. Ogni lato della piramide misura 12 m. L’altezza complessiva del monumento è di m. 25. I tre lati sono distinti da diverse iscrizioni che ricordano l’epopea garibaldina e dagli stemmi della città di Palermo, della Sicilia e della casa Savoia.

Il palazzo municipale di Misilmeri fu costruito nel 1892. Fu inizialmente realizzato come scuola elementare, ma sin dall’inizio l’amministrazione comunale, priva di una propria sede, vi si insediò condividendo i locali con la scuola elementare. Il prospetto è realizzato ad intonaco con rivestimento in polvere di pietra mista a colori con forti bugni sporgenti. I progettisti furono l’ing. Raccuglia e l’ing. Ardizzone.
Nel 1897 l’allora sindaco Gaetano Guastella fece affrescare la sala del Consiglio Comunale al secondo piano dal pittore Pietro Lo Monaco. L’affresco raffigura una donna avvolta nella bandiera tricolore, simboleggiante l’Italia. Al centro di ogni lato gli stemmi rispettivamente di Misilmeri, di Palermo, di Sicilia e di casa Savoia.

In territorio misilmerese, in c.da Cannita, sono ancora visibili le tracce di un insediamento archeologico del periodo greco arcaico (V-IV sec a.c.) costruito da mercanti o profughi cretesi. Cydonia fu il nome che i cretesi diedero alla città che sulle rive dell’Eleuterio sviluppò i traffici con l’entroterra. Nel 1695 e poi nel 1725 ivi furono rinvenuti due sarcofaghi antropoidi, uno dei quali al museo Salinas di Palermo, raffiguranti due formose donne probabilmente sacerdotesse del tempio che vi sorgeva. Una serie di reperti rinvenuti, facenti parte dei corredi funebri della nobiltà del luogo (oggetti in metallo e in terracotta, monili, anfore) sono oggi esposti al museo Salinas di Palermo.
L’economia

La coltivazione degli agrumi(soprattutto limoni e mandarini) caratterizza il paesaggio agrario. I “giardini”, chiamati così per la cura quotidiana che richiedono, introdotti nel medioevo dagli arabi (araba è tutta la terminologia tecnica dell’irrigazione), si sono sviluppati però solo nel secolo successivo all’Unità (1860-1960). Rilevante e significativa la produzione d’uva, tipica della zona prima dell’esplosione dell’agrumeto.
Il clima è tipicamente mediterraneo con inverni miti e piovosi ed estati secche e calde. La presenza dei rilievi collinari e del mare attenua i fenomeni più acuti. Quattro/cinque volte l’anno  per due-tre giorni di seguito spira un vento proveniente dal Sahara, lo scirocco, che trasporta sabbie. Del tutto eccezionale la neve.
Il carattere prevalentemente collinare del territorio non alimenta un sistema idrografico unitario rilevante anche per la qualità dei suoli, ma dà vita a corsi d’acqua a regime torrentizio e dispersivo che condizionano pesantemente le attività agricole. L’Eleuterio che nasce da Rocca Busambra è lungo 30 km con un bacino di 200 km’ ed è stato storicamente elemento determinante per l’economia.
Parlando di acque superficiali, le problematiche riguardano principalmente l’aspetto della qualità. L’uso irriguo e il dilavamento delle superfici agricole e urbane costituisce una delle principali fonti di inquinamento delle acque, continuamente minacciate dal fenomeno dell’eutrofizzazione. Va inoltre considerato il notevole apporto in termini di inquinanti derivante dalla compresenza di zone rurali ad uso agricolo ed aree urbane;  ciò costituisce la principale sfida per approntare una corretta ed efficace gestione delle acque, non riuscendo spesso a raggiungere l’obiettivo del mantenimento di un’alta qualità, a causa soprattutto dello sversamento diretto di molti canali collettori in zone ad alta valenza ambientale. Negli ultimi anni sono state eseguiti diversi interventi al fine di potenziare l’efficacia dei sistemi di depurazione.
Uno dei fenomeni che negli ultimi anni hanno condizionato lo sviluppo del territorio misilmerese è l’abusivismo edilizio. L’enorme espansione edilizia è sempre più entrata in conflitto con il territorio e l’agricoltura. La costruzione di quartieri abusivi, insieme con la cementazione di coste, colline e campagne, le cave di pietra come ferite sui colli che circondano Misilmeri, le discariche abusive, le infrastrutture urbanistiche che in qualche modo sono state realizzate, hanno comportato:
• per il territorio, la cancellazione dei segni storici depositati nel paesaggio urbano o rurale e la perdita di un’identità territoriale;
• per l’agricoltura in particolare, perdita di suolo produttivo, rarefazione della risorsa idrica ad uso irriguo destinata sempre più a soddisfare crescenti bisogni per uso civile, compromissione delle funzioni paesaggistiche e ambientali dei fondi la cui unica forma di valorizzazione è apparsa la destinazione speculativa a fini edificatori.

La specificità del sistema produttivo presenta una forte vocazione agricola, con produzioni di grandissima qualità (vino e olio), attività tipiche del territorio. Nel comparto manifatturiero operano
un buon numero di piccole e medie imprese, nei settori del tessile, della meccanica ecc.. Il settore agricolo resta comunque quello prevalente. Il settore agricolo è caratterizzato da una polverizzazione aziendale elevatissima (81,8% delle aziende ha superficie inferiore a 5 ha di cui il 57% circa ha superficie totale inferiore a 1 ha) e dell’assenza di aziende di dimensioni medio grandi, con poche eccezioni. Di conseguenza prevale largamente la forma di conduzione diretto coltivatrice di aziende agricole di piccole e piccolissime dimensioni, refrattarie all’innovazione, con indirizzi prevalentemente monocolturali, con ordinamenti produttivi, impianti arborei e tecniche di produzioni tradizionali. L’agricoltura più tipica è quella delle coltivazioni permanenti: i giardini di agrumi, gli oliveti, i vigneti ed i frutteti; in particolare agrumeti e oliveti, con superfici simili, coprono circa l’88% delle colture permanenti, il rimanente 12% è investito nell’ordine a frutteti e vigneti. Nella zona esistono un discreto numero di impianti di lavorazione e commercializzazione di agrumi e ortofrutticoli. A livello artigianale assume particolare rilievo l’attività frantoiana.
Il comparto turistico non ha trovato nuove risposte basate sulla valorizzazione delle risorse locali, a cominciare dall’ambiente naturale e antropico e dai beni culturali di cui è ricca Misilmeri. Poco valorizzate sono finora l’ area archeologica di Cannita ed  i monumenti (castello, chiese, bagli).

Dalla diagnosi territoriale, sociale ed economica , dalla conoscenza del contesto locale si è  in grado di tratteggiare la situazione di partenza circa le principali componenti che costituiscono il sistema locale:
1. Qualità della vita
Sicurezza
Si registrano gravi situazioni di degrado, devianza, criminalità, ingeneranti conflitti in un’area dove elevati sono gli episodi di micro-criminalità. La criminalità organizzata in questo quadro – a differenza delle criminalità comune - ha caratteristiche del tutto particolari che rendono ancora più complesso il quadro delle interazioni tra fenomeni illegali e processi di sviluppo socio-economico.
Da numerose analisi emerge – piuttosto che rapporti di causa/effetto - una situazione di reciproche influenze tra criminalità organizzata e sviluppo: “alcune situazioni di sottosviluppo possono rappresentare una condizione importante, seppure non necessaria, di affermazione e rafforzamento delle organizzazioni mafiose, la cui presenza, d’altra parte, rende più difficile l’affermarsi di dinamiche positive di sviluppo sia da un punto di vista economico che sociale” (Censis, 1997).
Benessere:
Il reddito è più alto dei valori medi regionali, ma consumi e costo della vita sono lievemente inferiori. Tante le famiglie monoreddito, con alti tassi di disoccupazione, anche se il lavoro sommerso risulta difficilmente quantificabile.
I servizi alla popolazione sono attestati su livelli scadenti, segnatamente i servizi per il tempo libero e la ricreazione (biblioteche, musei), e non sono migliorati nel corso degli anni.
Occupazione
La disoccupazione è in linea  con la media regionale. Il mercato del lavoro locale non è in grado di assorbire occupati nei settori dell’agricoltura, offrendo prevalentemente opportunità di impiego a carattere stagionale o temporaneo, caratterizzate pertanto da elevata precarietà e bassa professionalità.
Cultura
La scolarizzazione è ancora attestata su valori inferiori alla media regionale, in particolare per quanto attiene il numero di persone che hanno conseguito titoli di studio elevati.
Ambiente
L’abusivismo selvaggio, l’occupazione degli spazi, la cementificazione anche di contesti naturali di pregio, la densità elevata di popolazione, la perdita dell’identità culturale dovuta al crescente pendolarismo, hanno fatto scemare l’impegno dei cittadini verso la salvaguardia e la pulizia degli spazi pubblici.

Le analisi hanno evidenziato le forti potenzialità di questo territorio, soprattutto per la presenza di risorse naturalistiche  e di un vario patrimonio culturale (siti archeologici, chiese, folklore locale, etc.), che proprio per la loro varietà rappresentano il principale punto di forza del territorio (naturalmente in una prospettiva di integrazione territoriale che non si limita esclusivamente a Misilmeri), essendo potenzialmente in grado di permettere una fruizione turistica, e di conseguenza un indotto economico, per tutto l’arco dell’anno. Inoltre la configurazione dell’offerta territoriale, adatta ad un turismo sostenibile (per la forte identità locale, l’ambiente paesaggistico e culturale intatti), unita alla presenza di aziende agricole e ad un importante offerta di prodotti agro-alimentari (miele, olio, pappa reale, prodotti agricoli) e di una nota gastronomia locale, rende particolarmente adatta questo territorio ad uno sviluppo del turismo verde ed eno-gastronomico. Recentemente si è infatti assistito ad una forte crescita del turismo verde a livello nazionale ed internazionale e ad un’altrettanto alta domanda per il turismo eno-gastronomico a livello regionale, nazionale ed internazionale.
Il tema catalizzatore su cui deve concentrarsi l’amministrazione locale consiste nel definire una forte immagine territoriale unitaria, così da facilitare il processo di identificazione dei prodotti e dei servizi offerti. L’intento è quello di costituire un DISTRETTO RURALE di qualità coeso al suo interno e riconoscibile all’esterno, facendo di tale distretto lo strumento per perseguire uno sviluppo equilibrato e sostenibile sul territorio.
Il settore agroalimentare riveste primaria importanza per l’economia locale e manifesta potenzialità di sviluppo in relazione alla valorizzazione delle produzioni tipiche, biologiche e di qualità.
A livello complessivo, tuttavia, il territorio è ben lontano dal configurarsi come distretto: le componenti della filiera agro-alimentare sono deboli e scarsamente interconnesse, l’offerta di servizi per la fruizione dello spazio rurale è insufficiente, mentre tra la popolazione persistono sacche di scarsa specializzazione professionale e di sotto-occupazione che, unite alla presenza di situazioni di illegalità, rappresentano dei pesi non indifferenti per lo sviluppo.
Purtroppo Misilmeri non ha beneficiato a sufficienza della programmazione negoziata (in particolare patti territoriali e progetti integrati territoriali), e del POR Sicilia 2000/2006, con cui è stato  avviato un primo rafforzamento delle pre-condizioni per il configurarsi di un distretto: con essi, infatti, sono stati finanziati interventi per la riqualificazione delle produzioni agricole, per la dotazione infrastrutturale del territorio, per la nascita di strutture a servizio del turismo rurale ed eno-gastronomico.

Il comune, nelle sue principali componenti politiche ed imprenditoriali dovrebbe impegnarsi ad intraprendere azioni positive per perseguire politiche di qualità e qualificazione dell’area.
Proprio l’attenzione per la qualità, sia essa ambientale, delle produzioni o dei servizi offerti, unita all’integrazione degli interventi rappresenta la strategia che il territorio deve adottare per il perseguimento dell’obiettivo dello sviluppo sostenibile.
L’obiettivo generale della crescita competitiva del territorio si articola in una serie di obiettivi di secondo livello, elencabili come segue:
1) Assicurare la fruibilità delle risorse naturali e culturali del comprensorio; il territorio di Misilmeri è ricco di risorse ambientali e culturali di notevole qualità. Tale patrimonio, tuttavia, risulta sotto-utilizzato a causa della difficoltà nell’organizzare un’offerta riconoscibile e – di conseguenza – fruibile da parte del visitatore potenziale. Per il territorio in questione, al contrario, esiste già una notevole domanda di fruizione potenziale, rappresentata dal turismo di prossimità proveniente dall’area metropolitana di Palermo e dai vicini centri della costa. Una buona organizzazione dell’offerta, inoltre, consente di intercettare importanti flussi turistici riconducibili al turismo rurale e a quello eno-gastronomico, proprio i segmenti al momento più dinamici sia a livello europeo che italiano;
2) Creare le condizioni economiche per lo sviluppo imprenditoriale in un contesto di distretto rurale, puntando su prodotti di qualità ed assicurando la sostenibilità ambientale dello sviluppo produttivo; a tale fine, è individuato come strumento principale la politica di marchio dei prodotti e di certificazione di qualità ed eco-compatibilità delle imprese; la qualità dei beni, soprattutto in ambito agro-alimentare, è una caratteristica sempre più richiesta ed apprezzata dai consumatori. La ricerca della qualità da parte delle imprese più avanzate ha conosciuto nel corso degli ultimi anni sempre maggiore attenzione, favorita da due fenomeni, in parte collegati: la crisi del modello che identificava lo sviluppo economico con la crescita quantitativa del prodotto e l’affacciarsi sui mercati di nuove aree di produzione caratterizzate da un costo del lavoro incomparabilmente più basso di quello dei paesi sviluppati. Incapaci di reggere la concorrenza sui prezzi portata dai new comers, le imprese più attente hanno imboccato nuove strade per non perdere progressivamente ma inesorabilmente le posizioni di mercato detenute. Una strategia quasi obbligata si è rivelata così il graduale spostamento dell’ottica aziendale dalle produzioni di massa alla differenziazione qualitativa del prodotto, grazie alla quale lo svantaggio relativo al divario di prezzo viene controbilanciato dal vantaggio relativo al divario di qualità. Il maggiore apprezzamento per i prodotti di qualità, tuttavia non significa che questi siano automaticamente premiati dal mercato; non è raro, infatti, che il consumatore risulti in difficoltà nell’individuare il livello di qualità del bene offertogli e che tale difficoltà permanga anche a consumo avvenuto. Le certificazioni di qualità (di prodotto, tramite politiche di marchio, o d’impresa, attraverso l’adozione di sistemi ISO ed EMAS) sono un mezzo attraverso il quale i produttori segnalano ai potenziali clienti la qualità del bene offerto. Comunicare, in maniera credibile la qualità del prodotto o l’efficienza dell’organizzazione d’impresa diviene così una strategia primaria da perseguire – soprattutto in un settore quale quello agricolo, dove qualità implica genuinità del prodotto - sia per accrescere la propria competitività, sia per consolidare la propria quota di mercato:
3) Aumentare la competitività sui mercati del sistema economico locale;
4) migliorare le condizioni di contesto (sicurezza) per lo sviluppo territoriale; favorire i processi di recupero della fiducia sociale;
5) migliorare il livello di formazione delle risorse umane; ridurre i tassi di disoccupazione; valorizzare le risorse femminili; ridurre la marginalità sociale;
Ciò che a nostro avviso conta in una strategia di rilancio del territorio è la metodologia di approccio al problema. Il metodo deve essere quello della concertazione diffusa in termini anche di nuova consapevolezza delle potenzialità di sviluppo e collaborazione tra i diversi operatori. Un vero e proprio strumento aggiuntivo da utilizzare ogni volta che si attiveranno processi di sviluppo e che, per la sua rispondenza agli obiettivi comunitari, permetterà di attivare altre iniziative di livello europeo. Un territorio, che si organizza intorno ad una comune identità culturale ancor prima che produttiva, e che sull’una e sull’altra fa leva per costruire il proprio futuro, rappresenta una decisa novità, soprattutto se il territorio in questione è un’area interna della Sicilia tra le meno favorite. Puntare sulla qualità territoriale, dei prodotti e dei processi implica un ripensamento generale dei rapporti intercorsi fino ad oggi sia a livello di filiera produttiva, dove saranno favorite le connessioni tra fornitori e committenti che si richiamano ai medesimi criteri di attenzione per la qualità e l’eco-compatibilità, sia a livello di reti orizzontali di soggetti economici ed istituzionali, dove la partecipazione al medesimo consorzio o l’organizzazione in comune dell’offerta di fruizione del territorio contribuirà alla coesione degli operatori locali, sull’esempio di quanto avviene con profitto nelle aree più avanzate della Penisola.

Testo fornito dal
Dott. Domenico Tubiolo